martedì 19 settembre 2017

Alla ricerca della pace dei sensi.

Oggi non voglio ammorbare nessuno riguardo le mie difficoltà a scrivere perché dopo nove anni e mezzo di onorata carriera il mio pc mi ha abbandonata e ora non mi trovo a mio agio dietro questa nuova tastiera. Non voglio neanche opprimere con l'ansia che mi coglie già alla sola idea di mettermi seduta e buttare giù i pensieri. Preferisco ricorrere al mio solito metodo dell'ignorare. Ignorare la noia, ignorare il senso di inadeguatezza perché mando curriculum che non vengono presi in considerazione (neanche per scomodarmi a fare un inutile colloquio), ignorare la mia incapacità di mettermi a studiare (avrò forse studiato troppo nella mia giovine vita?), ignorare l'eterna sensazione di essere una disadattata che finge bene di stare nella civiltà odierna. Ignorare e buttarsi in qualcosa che non richieda l'uso di neuroni ma soltanto di una mente aperta, quindi chiudere gli occhi, pensare a un luogo e recarvisi.
Purtroppo e per fortuna il mio Quasi-Ingegnere sta preparando l'ultimo esame e la tesi, indi per cui non ha tempo da perdere e quando ci vediamo è pure un poco assente. Troppi impegni, troppe responsabilità; capisco pur avendo lasciato l'università agli albori senza speranza di tornarci (stavo sempre male). Ci sono ragazze gelose di altre ragazze, poi ci sono io che sono gelosa di un pc.
Ogni tanto però sacrifica un po' di studio e di sonno per assecondare la mia nuvoletta nera, dato che adesso sono pure senza macchina.
Non serve gran ché per tirarmi fuori dal pantano: ha funzionato bene una sera una grigliata in riva al mare con gli amici sia un altro giorno un dolce far niente su di un molo sospeso in due palmi d'acqua salmastra trasparente.



Al primo segno di freddo sono corsa ai ripari ma a quanto pare non abbastanza velocemente, visto che ho già inaugurato la stagione del naso colante. Eppure sulle coste sicule sono appena arrivati i 27 gradi, mica così poco. Già mi mancano quei 42 gradi all'ombra... okay, magari non così tanto, ma almeno i 35 potevano durare un altro poco. C'erano ancora molti posti pdove avrei voluto nuotare in stile cagnolino questa estate.
Pazienza.


PS: post scritto la settimana scorsa ma a quanto pare ho confuso il tasto "Pubblica" con "Salva", perciò credevo di averla già pubblicata... me tapina! E nel frattempo le temperature sono calate ancora un altro po' e ho dovuto fare ciao ciao alla mia roba per il mare.

giovedì 31 agosto 2017

Racconto di due città.

La volta scorsa dicevo che avrei pubblicato un post su un libro con toni molto differenti dal precedente. Confermo le mie intenzioni: questo è una specie di post sull'amore cartaceo.
Racconto di due città, pubblicato anche semplicemente come Le due città, è un romanzo storico scritto da Charles Dickens e sono sicura che se avessi vissuto a Londra nel suo periodo, sarei stata una sua groupie e avrei fatto di tutto pur di lavorare con lui. Lavorando meno di fantasia, potrei anche dire che mi sarei appassionata di più alla letteratura scolastica se avessimo studiato Dickens anziché Manzoni, che a detta di un mio prof dell'epoca "Manzoni era un gran trombone", nel senso che era un ampolloso logorroico col panzone.
Sto divagando, mi concentro.
Dickens, dunque. Oh che dire, sono innamorata di questo scrittore! Così come mi sono innamorata di Sydney Carton, il vero protagonista del romanzo pur apparendo meno di altri, l'avvocato londinese che ha perduto l'anima, non si sa come e quando, tra abusi d'alcool e interessi terreni triviali ed effimeri. Non gli importa di cambiare, di provare ad essere un uomo migliore (non saprebbe neanche come fare), pensa di non meritare di essere una brava persona, rimane convinto che nulla possa salvare la sua anima ormai corrotta dai troppi vizi. Neanche quando conosce e si innamora della bella Lucie Manette crede di meritare qualcosa di buono, si crede ormai finito, perduto. Lo dice anche a lei in uno straziante pezzo:

[...] Se avrete la pazienza di ascoltarmi un altro po', tutto quello che voi potete fare per me sarà fatto. Io desidero che sappiate che voi siete stata l'ultimo sogno dell'anima mia. Nel mio precipizio non sono andato tanto in giù che la vista di voi con vostro padre e di questa casa, resa da voi qual è, non abbia ridestato in me delle vecchie immagini che credevo svanite. Dal giorno che vi ho conosciuta, io sono stato turbato da un rimorso che non credevo mi avrebbe più assalito, e ho udito dei bisbigli di vecchie voci, che credevo non avessero più fiato, incoraggiarmi a salire. Ho sentito risorgere in me qualche idea di darmi da fare di nuovo, di cominciare da capo, di riscuotermi dalla pigrizia e dalla sensualità, e di combattere di nuovo la battaglia abbandonata. Un sogno, tutto un sogno, che si dissolve in nulla, e lascia il dormiente dove giaceva addormentato; ma desidero che voi sappiate che è stato ispirato da voi.-
-Non ne rimarrà nulla? O signor Carton, pensate un po'. Provate ancora.-
-No, signorina Manette; per tutto questo tempo, mi son persuaso d'essere immeritevole. E pure ho avuto la debolezza, e ho ancora la debolezza di desiderare che sappiate che col vostro dominio mi avete improvvisamente, mucchio di cenere qual sono, trasformato in fuoco... un fuoco, però, nella sua natura inseparabile da me, un fuoco che non ravviva nulla, non illumina nulla, non serve a nessuno e pigramente si consuma. [...]
Il massimo bene che potete farmi ora, signorina Manette, sono venuto a raccoglierlo qui. Che io, per tutto il resto della mia sciagurata vita, porti il ricordo di aver aperto il mio cuore a voi, l'ultima persona al mondo alla quale l'avrei aperto; [...]
che la mia ultima confessione l'ho fatta a voi, e che il mio nome, le mie colpe e le mie infelicità furono pietosamente serbate nel vostro cuore. E che il vostro, d'altra parte, possa essere sgombro di preoccupazioni e felice!-
Egli era così dissimile da quel che s'era sempre mostrato, ed era così triste pensare a quanto aveva dilapidato e a quanto ogni giorno lasciava inerte o guastava, che Lucie Manette piangeva dolorosamente per lui che se n'andava.

C'è disperazione in queste pagine, e dolore, romanticismo, l'essere vittime e carnefici di se stessi. Nonostante il suo forte amore per lei, Sydney non osa aver dubbi sulla sorte della propria anima, è perduta e neanche l'amore può salvarlo; anzi, è convinto che la propria presenza nel cuore di Lucie possa influenzare il buon cuore di lei e corromperla, portarla in basso nel fango insieme a lui. Perciò Sydney la lascia andare, assiste senza far nulla alle nozze di lei con Charles Darnay, un parigino emigrato a Londra come lei, un uomo dall'aspetto così simile a lui da farlo scagionare da un processo, ma così diverso per la qualità del suo carattere e del suo onore. Penso ci sia una grande, dolorosa lezione in questo atto di altruistico sacrificio: anteporre il bene altrui al proprio, dare il proprio meglio alla persona amata prima di pretendere questo dall'altro. E penso che se entrambe le persone di una relazione avessero queste intenzioni, si avrebbe uno status più saldo ed equilibrato.
Questa è la parte più sentimentale del libro, ma c'è molto di più. Lo si evince già dalle prime righe.


Si tratta dunque principalmente dell'analisi del periodo storico (presa della Bastiglia, anni del terrore), di cose che generalmente non vengono descritte con precisione nei libri di storia scolastici. Ci fanno sempre le lezioncine su come aristocratici, regnanti e clero francesi fossero cattivi e persecutori con il popolo, ridotto sempre più alla fame, alla malattia e alla miseria, e di come ad un certo punto giustamente il popolo s'è fracassato i gabbasisi di stare lì fermo a subire e a morire come se la loro vita poiché umile non valesse un cazzo, perciò si sono ribellati fino a uccidere re, regina, principini e una vagonata assurda di aristocratici e così hanno ottenuto uguaglianza, fratellanza e libertà. Ma c'è di più.
Non ci fanno imparare le pagine di orrore quotidiano, di mattanza di esseri umani, di come il popolo si sia trasformato da oppresso a oppressore, da giudicato a giudicante, come il sogno di uno stato giusto si sia infranto già ai suoi albori. Non ci vuole molto a capire che sono cambiate soltanto le figure ma che il senso è lo stesso: il potere a pochi, la giustizia manipolabile e violenta. Bastava infatti la parola di un cittadino qualunque e il sospetto che una persona fosse della nobiltà o un sostenitore dell'aristocrazia per mandarla alla ghigliottina. Non ci si poteva fidare di nessuno e nessuno poteva ritenersi immune. Da un momento all'altro chiunque, che fosse una sarta, un panettiere o un soldato, poteva essere trascinato via dai berretti rossi dei "patrioti", messo davanti ad una giuria di finti pari amanti del sangue e poi trascinato al patibolo così, senza possibilità di difendersi e di essere creduto.
Anche allora come oggi, è la paura di un pericolo incombente che ci fa agire. Sono il sospetto e la paura che ci muovono. Il problema è che la storia viene scritta dai vincitori, e pur di avere un bel finale si omettono dei dettagli. Ebbene, Dickens non omette nulla di questi orrori nei suoi esempi di vita vissuta, nella descrizione di vicoli bui e fetidi, di case diroccate, di povera gente morta di fame e di stenti, del circolo di comari che prendevano nota dei misfatti causati dai potenti cucendoli nei loro lavori a maglia, di colpevoli e innocenti ugualmente ammassati e massacrati come un gregge diretto al macello. Nel suo modo crudo ma non eccessivamente cruento di narrare, Dickens è riuscito a farmi respirare prima l'aria della miseria di Parigi, poi il brivido della rivoluzione incombente; ma anche il sollievo di essere arrivati incolumi a Londra, la paura nel tornare in Francia nel dopo guerra, la speranza più volte tradita di riuscire a salvare la pelle.
All'inizio c'è la paura e le vertigini della giovane Lucie, che scopre che il padre non è deceduto come le aveva raccontato la madre, ma che era stato portato via dai soldati senza dargli possibilità di parlare alla famiglia, senza neanche dirgli mai in tanti anni di prigionia i motivi che lo avevano fatto portare alla Bastiglia in isolamento e senza aver ricevuto una visita, o un po' di aria.
Una volta ritrovato il padre, un altro dolore: gli anni di isolamento avevano fatto impazzire il padre, che da giovane e brillante medico si era trasformato in un vecchio calzolaio senza cervello. Ma grazie alle cure di Lucie, che porta il padre al sicuro a Londra e continua a curarlo con amore e dedizione, il padre ritrova se stesso, oltre alla figlia che non sapeva di avere.
In questa atmosfera i Manette conoscono Darnay e Carton e le loro vite si intrecciano, nel bene e nel male.

Mi fermo, non vorrei rivelare troppo, già sto scrivendo troppo. Ma è davvero un bel libro, anche meglio di Grandi speranze che pure ho adorato.

Au revoir!

lunedì 7 agosto 2017

La verità sul caso Harry Quebert.

La verità su questo libro di Joel Dicker è che la trama ha buoni elementi, ci sono delle belle idee, la maggior parte dei capitoli finisce con una imbeccata che letteralmente ti costringe a leggere il capitolo seguente. Praticamente nel finale di un capitolo lancia un sasso, una piccola scoperta, poi l'autore nasconde la mano in una pagina bianca. Il capitolo successivo si apre con una citazione tratta dal passato dei due protagonisti, segue altro vuoto bianco e sfogliando ancora riprende la direzione del sasso lanciato, con calma.
Eppure, nonostante tutti questi aspetti positivi, il libro non mi ha catturata come supponevo.
Ogni volta che entravo in libreria il mio sguardo veniva calamitato verso La verità sul caso Harry Quebert, tanto che alla fine, tra mille prendi e lascia, il mio ragazzo me l'ha comprato.

Mi affascinava l'idea che uno scrittore emergente in pieno blocco creativo, Marcus Goldman, si prestasse a fare il detective per trovare le prove dell'innocenza del suo mentore e amico Harry Quebert, anch'egli scrittore, di lunga fama. Harry è stato accusato dell'omicidio di Nola Kellergan, una ragazza di quindici anni scomparsa trentatré anni prima, dopo essere stata avvistata al limitare di un bosco inseguita da un uomo, ritrovata poi seppellita nel giardino della sua villetta. Marcus, convinto della sua innocenza e della purezza dei sentimenti che tre decenni prima aveva legato Harry e Nola, cercherà di venire a capo di questo mistero. Infatti la polizia non aveva sospettati, si aveva solo l'avvistamento di una macchina sospetta che gli agenti non erano riusciti a fermare. Marcus parlerà con tutti quelli che conoscevano la ragazza, a detta di tutti simpatica, gentile, educata, bella e quant'altro di buono. Ma più si va avanti e più la vita di Nola risulta torbida.
Nelle sue ricerche, che lo portano a scrivere un libro per un fantastico guadagno, ci sono delle falle: piste non seguite, che ogni spettatore di CSI o Criminal Minds avrebbe pensato necessari per la riuscita di un vero caso giuridico. Ma l'autore forse doveva aggiungere qualche altro colpo di scena al suo libro, oppure senza questo fraintendimento sarebbero mancate un centinaio di pagine, rendendo il libro "troppo leggero"; almeno sotto il punto di vista strettamente fisico.
La scrittura è semplice e scorrevole, la ricerca della verità va avanti a piccoli passi, però non è riuscito a coinvolgermi. Manca una certa vivacità nel filo del discorso, non saprei spiegarmi meglio. Ogni due pagine mi ritrovavo a pensare "Oh ma perché siamo ancora qua?!". Non certo una frase promettente.


Alla fine dei giochi, credo che il successo di questo libro sia riconducibile allo stesso motivo per cui il libro di Marcus ha avuto successo, e la parola chiave è: MARKETING.
Marketing, signori, l'arte del saper vendere.
Dalle sue stesse parole si può leggere:
(l'editore di Marcus:) "Tu, piuttosto, sei un tenero cacciatore di farfalle, un sognatore che saltella sul prato in cerca di ispirazione. Ma se mi scrivessi un capolavoro sul Sudan, io non lo pubblicherei. Perché la gente se ne fotte! Se ne fotte allegramente! E quindi sì, puoi considerarmi una carogna, ma io non faccio altro che rispondere alla domanda del mercato. Del Sudan non gliene fotte niente a nessuno, c'è poco da fare. Oggi si parla di Harry Quebert e di Nola Kellergan dappertutto, e bisogna approfittarne: tra due mesi si parlerà del nuovo presidente, e il tuo libro avrà smesso di esistere. Ma ne avremo vendute tante di quelle copie, caro Goldman, che a quel punto te la starai spassando alla grande nella tua nuova casa alle Bahamas."
In effetti, Barnaski era un vero campione dell'occupazione dello spazio mediatico. Tutti parlavano già del libro, e più se ne parlava, più lui ne faceva parlare moltiplicando le campagne pubblicitarie. (...)
"Marcus, sai quanto costa un singolo cartellone pubblicitario nella metropolitana di New York? Un patrimonio, ecco quanto costa. Si sborsa un'enorme quantità di denaro per un cartellone con una durata limitata e un altrettanto limitato numero di persone che lo vedranno: occorre che quelle persone siano a New York e prendano la metropolitana in quella stazione e in un preciso lasso di tempo. E invece ormai basta suscitare l'interesse in un modo o nell'altro, creare il buzz, come si dice in gergo, far parlare di sé e contare sulle persone affinché parlino di te sui social media, e così hai accesso a uno spazio pubblicitario gratuito e illimitato. Da un capo all'altro del mondo, migliaia di persone, senza neanche rendersene conto, provvedono a farti pubblicità su scala planetaria. Non è pazzesco? In pratica, gli utenti di Facebook sono degli uomini-sandwich che lavorano gratis. Sarebbe da idioti non approfittarne."
"Come hai fatto tu, no?"
"Offrendoti un milione di dollari? Esatto. Sborsa un ingaggio da NBA o da NHL a un tizio perché scriva un libro, e puoi star sicuro che tutti parleranno di lui."

Quindi basta saper esasperare un dettaglio, sbandierarlo ai quattro venti, poi aspettare che il seme si depositi e che germogli da solo sul terreno dei social media. Il punto ormai non è più scrivere qualcosa di memorabile, significativo, che resista al tempo mantenendo la sua vitalità. No, quello che conta è vendere e se vuoi vendere qualcosa deve essere qualcosa che la massa vuole. E la massa di questi tempi si concentra sui social media.
Un po' disillusa dopo queste (ed altre) amare riflessioni, ho deciso di leggere qualcosa che avesse almeno cent'anni. L'ho fatto, ma ne parlerò un'altra volta e con tutt'altri sentimenti: di quel libro me ne sono innamorata.

mercoledì 19 luglio 2017

Forestiera.

Non ci sono scuse per le mie assenze, semplicemente al blocco della blogger si è aggiunto un viaggio di tre giorni a Roma, in veste di accompagnatrice e portafortuna (come accade da circa un anno e mezzo) per i due esami universitari che il mio Mezzo-Ingegnere doveva svolgere, stavolta, proprio a Roma.

Devo ammettere che tutte le chiacchiere che sentivo su questa città così turistica e sdoganata mi sembravano eccessive: eh vabbè i millemila posti storici e i centurioni con cui farsi le foto, chiese e chiesette ogni cento metri, musei, mausolei, reperti storici però insomma, se la tira un po' troppo, pensavo. La città eterna invece è davvero immensa, artistica e quant'altro si dice di solito, non mi dilungo oltre (mica sono un dépliant!), la fama è piuttosto veritiera. Sono stata così bombardata di arte e storia, di impressioni e sensazioni, di riflessioni e pensieri che al mio ritorno mi sono sentita sopraffatta e satura per settimane. Penso che mi piacerebbe vivere lì, anche se temo che ogni notte sarei così colma di percezioni... Assuefarsi a tutto ciò non porterebbe niente di buono ma si può vivere nella costante meraviglia di ciò che ci circonda?
I romani a quanto pare possono, in un modo o nell'altro, e guadagnarci pure dei polpacci da paura. Oh, non ho visto una sola persona, che fosse giovane o anziana, casual o elegante, sottopeso o normopeso o sovrappeso, che non avesse dei polpacci invidiabili.



Non è possibile immaginare quanti ingressi ho intravisto come quello qui sopra, neanche in una sola via avrei potuto immaginarne tanti e anche più riccamente adornati. Un pochino megalomani sti romani... ma mi piacciono così.

 
Tre giorni di dure camminate per vedere quasi tutti i must, avvalorati anche dal fatto che essendo la prima domenica del mese molti musei statali e altre grandi opere erano a ingresso gratuito, mentre per le mostre private (come ci è stato detto all'Ara Pacis) l'ingresso era gratuito solo per i residenti a Roma. Abbiamo girato completamente gratis tutto Castel Sant'Angelo, dal mausoleo di Adriano fino alle stanze papali (per la bellezza di 5 ore).
Un'altra meta che ci è costata parecchie ore (sette!) e un bel gruzzolo di danari (16-18€ se non ricordo male) ma molta soddisfazione e allegria è stato il Bio parco, all'interno di Villa Borghese. Calma, non metterò ogni foto che ho fatto per ogni animale: mi è troppo scappata la mano sulla fotocamera del telefono.
Di una cosa voglio rendere partecipi, cioè che finalmente ho realizzato uno dei miei sogni: vedere i FENNEC, peccato solo che era primo pomeriggio e le soffici bestioline stavano dormendo (come i lemuri, che mannaggia vedere i lemuri era un altro mio sogno). Ora però posso sognare più in grande: tipo POSSEDERE UN BIOPARCO DI FENNEC.

 Tutte queste diverse rane sono piccine, nel mio palmo avrei potuto tenerne comodamente due o anche tre.
 
Abbiamo visitato bene o male anche Colosseo, mercati di Traiano, Fori Imperiali, Altare della Patria, Pantheon, Piazza della Minerva, Piazza di Spagna, Piazza Navona, Fontana di Trevi, Bocca della verità (è piccola, me l'aspettavo più imponente... del resto tutto a Roma mi è sembrato IMPONENTE), Campo de' Fiori con il suo mercato, Piazza Barberini, Piazza del popolo, Ara Pacis, Circo Massimo, una Feltrinelli e altri posti dei quali non so o non ricordo il nome. Di queste risparmio le foto, tanto su internet se ne trovano anche di meglio.
Ah, ho pure visto la facciata del palazzo dove ha vissuto Stendhal, direi logico avvistamento dopo aver visitato la sua tomba a Montmartre.



Tutto in tre giorni di scarpinate che mi sono costate anche un paio di scarpe che ho dovuto sostituire nelle prime ore del girovagare al secondo giorno; e non sapete che emozione aver comprato con gli sconti un paio di scarpe sportive a 11€ da Piazza Italia e poi girare per le vie con i negozi delle più grandi firme internazionali, dove una coppia di cantanti lirici hanno accalappiato la nostra attenzione per almeno mezz'ora.
E l'albergo pure! Mai avrei pensato di trovare con pochi soldi un posticino così elegante ma non pretenzioso, tranquillo ma centrale, con una vista spettacolare dalla sala colazione con il terrazzo all'aperto. Io che non faccio mai colazione, sono stata grata e serena nel bere il mio the giornaliero proprio di mattina, lì fuori. Un poco meno grata del gabbiano che mi fissava mentre mangiavo, che aspettava il nostro ritiro per avventarsi sugli eventuali resti. Comunque non mi lamento: ho visto e/o sentito gabbiani praticamente ovunque andassimo.




Risultato del viaggio? Millemila ricordi, due centinaia di foto, mal di piedi e tendinite, scarpe nuove e due esami in più in saccoccia.
Ci ritornerei senza pensarci.

Grazie amore di un Quasi-Ingegnere.


venerdì 9 giugno 2017

One X. Alcamo.

Qualche giorno fa sono stata ad Alcamo con il mio ragazzo per un colloquio che chissà cosa porterà, SE porterà qualcosa. Questo piccolo viaggio mi ha riportata alla serenità, o ad una parvenza di essa, mi sono ritrovata a sorridere e a fare pace con il mio Fantozzi-Interiore. Insomma, bella compagnia, bella musica e bello sfondo in autostrada. Una canzone che non ascoltavo da un po' di tempo è stata un interruttore. (One-X, dall'album omonimo del 2006, del gruppo canadese Three days grace)

Do you think about everything you've been through?
You never thought you'd be so depressed
Are you wondering: is it life or death?
Do you think that there's no one like you?
(...) WE ARE ONE
WE ARE THE ONCE
WE GET KNOCKED DOWN
WE GET BACK UP AND STAND ABOVE THE CROWD
The life I think about is so much better than this
I never thought I'd be stuck in this mess
I'M SICK OF WONDERING: IS IT LIFE OR DEATH?
I need to figure out who's behind me.

Pensi mai a tutto ciò che hai passato? Non avresti mai immaginato che saresti stato così depresso. Ti stai chiedendo: è vivere o morire? Pensi che non ci sia nessun altro come te? Noi siamo unici. Noi siamo gli unici. Veniamo abbattuti, noi torniamo in piedi e stiamo sopra la folla. La vita a cui penso è molto meglio di questa. Non avrei mai immaginato di rimanere bloccato in questo casino. Sono stanco di chiedermi se questa è vita o morte. Ho bisogno di scoprire chi c'è dietro di me.

Forse la mia traduzione è imprecisa, ma l'ho sempre immaginata così e descrive i miei pensieri alla perfezione: da piccola mai avrei immaginato di essere così confusa, indecisa, abulica, inconcludente. A volte pensavo anche che non sarei arrivata all'età attuale, quindi perché preoccuparsi? Da adolescente il solito cliché: pensavo che incasinata come me non ce ne fossero, che le mie difficoltà fossero appunto solo mie, che nessun altro si sentisse così diverso, atipico. Ad ogni difficoltà reale ho creduto di non farcela eppure sono qui, più forte di prima. E c'è un momento magico dopo aver fatto bene qualcosa di complicato, un momento in cui ci si sente invincibili, al di sopra della persona mediocre, SOPRA LA FOLLA. Poi tutto si ristabilizza al solito livello, dopo scende, sprofonda e ci si chiede chissà se sono già morto oppure non so di vivere... E si ricomincia.
Ma smetto di divagare.
Dicevo, ho momentaneamente fatto pace con me stessa, ho accettato i miei casini interiori pronta a vedere il mondo e a compiacermene. Alcamo è una piccola città, per alcuni versi simili a Sciacca, per altri simili a Erice: le vie sono un continuo sali e scendi. Ora sei a livello del mare, un chilometro dopo stai molto più in alto, ora sei in città tra costruzioni moderne e altre in pietra, antiche, poi sbagli strada e in cinque minuti sei in aperta campagna, tra le colline.
La visuale ripaga:

 
Devo ammettere che vedere il mare da così lontano è sì molto bello e affascinante, ma per me (che sono nata e cresciuta nell'aria marina) mi ha dato anche un po' di ansia. Non sono per niente una ragazza di città! Dopo siamo anche andati a Castellammare del Golfo, da un promontorio si vedeva il porto, il castello e l'acqua di un blu così vivo e brillante da sembrare un quadro impressionista francese. Qualcosa di paradisiaco, insomma. Mi sono persino ritrovata a dire (dopo che l'oscurità delle settimane scorse mi ha fatto pensare peste e corna) che siamo fortunati a essere siciliani, a vivere tra queste meraviglie... non potevamo avere anche la fortuna di saperci governare bene. Sarebbe stata troppa grazia da chiedere a Madre Natura.


 
 



Ad Alcamo in centro c'è pure una piccola riserva con degli animali, alla quale si accede da un cancello e questa scalinata a sinistra, si arriva ad un laghetto (di cui in basso) dove abbiamo avvistato due piccole rane e una tartaruga dallo sguardo arcigno (che mi sarei aspettata di veder mostrare il dito medio, se lo avesse avuto) e più in là alcuni animali, tra cui un asino che ci si è avvicinato appena ci ha visti. Adorabile.
Forse tanto adorabile perché non ne avevo mai visto uno e per via di una foto che ho fatto mentre il mio ragazzo gli accarezzava il muso.






 


Ad Alcamo abbiamo anche pranzato. La tavola calda non era gran che, ma i dolci... oh, i dolci erano da bava alla bocca per la bontà! Ma il vero tasto dolente è stato il bagno. Da paura. Quindi rendo omaggio all'arte della Cessologia. Subito saltava agli occhi la bocchetta dello scolo dell'acqua a pochi millimetri dal wc, il quale si trovava in una angusta stanzetta dove per entrarci bisognava fare le torsioni tra muro, porta e asciugamano elettrico (il bastardo mi ha fatto saltare in aria tre volte, il maledetto sembrava azionarsi da solo). Per capire le dimensioni: l'unico modo per stare a braccia distese tipo in croce bisognava mettersi di traverso e comunque si toccavano le pareti. Non è finita qui, non era abbastanza squallido: il lavandino di marmo poteva anche essere carino, ma il rubinetto dovevano metterlo per forza così corto da non riuscire a lavarsi le mani senza toccare il medesimo? Un bar così carino nasconde un brutto segreto al suo interno...
Ah, e dal wc sentivo lavare i piatti nella stanza accanto perciò un dubbio mi ha assalita: quelli che lavano e cucinano ascoltano le persone nel bagno? Che duro lavoro.
  

venerdì 12 maggio 2017

Difficoltà fantasma.

Un periodo un po' strano, questo.
Tutto intorno a me sembra difficile, ostile. Come il vento che percuote gli alberi, le case, o leggero attraversa le ossa del mio corpo; un po' tramontana, un po' tira lo scirocco, lo scirocco che accarezza sempre la mia terra. Una terra che amo profondamente e che a volte odio. Quando la odio poi mi sento in colpa. Mi dico che non è colpa della terra se il mondo intorno a me sembra piccolo, asfissiante, senza sbocchi, senza zucchero né sale.
Sono irrequieta ma sento terribilmente l'abulia. Non riesco più a fare nulla, non riesco a costruire niente. Ma quale costruire se non so neanche mantenere quello che in passato ho costruito?
Dove sono gli amici degli ultimi sette anni? Dove sono quelle persone che credevo avrebbero partecipato alla mia vita? Eppure sono qui, pochi chilometri ci dividono, però non li vedo, non li sento. Non sono capace. Io non li cerco e loro non cercano me.
Le giornate scorrono con incredibile velocità e non posso neanche tirare le somme perché non c'è niente da sommare. Mi sento vuota.
Poi vedo il mio ragazzo, lo abbraccio forte. Non sono affatto forte, ho delle braccia di ricotta, ma ci sono volte che lo stringo così forte da impedirgli di respirare. Quando me ne accorgo lo libero e lui ride, contento. Io mi spavento. In quell'abbraccio trovo pace, serenità, faccio pace col mondo, ritrovo le energie, la voglia di fare concretamente qualcosa, qualunque cosa. Lui ride, io pure, e dentro sprofondo. Non è giusto dargli tutto questo potere, tutte queste responsabilità. Il mio stato emotivo non può dipendere da lui come da nessun altro. Allora mi dico "Appena rientro a casa mi metto a fare qualcosa, DEVO fare qualcosa..." e faccio progetti, progetti che puntualmente sfumano, si perdono, si infrangono. Non ho mai voglia di fare niente, non ho energie né idee. Il vuoto.


Mando sempre meno curriculum, chiamo o scrivo sempre più di rado, leggo una pagina ogni due settimane, non ho progetti per il futuro, non so cosa voglio diventare, non ho ambizioni e tutto questo mi sta facendo diventare un fantasma.
Le difficoltà sono per la maggior parte nella mia testa.
Potrei tornare all'università ma la memoria mi è traditrice.
Potrei lavorare ma il posto non c'è e non so come crearmene uno. Non so neanche cosa cercare.
Potrei scrivere una di quelle storie che ho iniziato e mai completato, ma non ho idee e ogni frase che scrivo mi sembra banale, puerile, stupida, inutile.
Eppure esistono persone che fanno queste cose quotidianamente, una o anche tutte insieme. Persone che studiano, lavorano, scrivono e magari riescono pure a essere pubblicati. E io sono bloccata da difficoltà fantasma.
Non so neanche cosa sto scrivendo o perché. Io non posso essere di esempio per nessuno, ci sono molte persone più degne di essere un esempio, persone che hanno sofferto più di me e che hanno difficoltà più dure e crudeli delle mie e che ce la fanno; posso solo dire di stringere i denti perché è l'unica cosa che so fare.
So solo che è tardi e non ho voglia neanche di dormire.
Sono già spenta.

giovedì 20 aprile 2017

Libri e lentezza.

Le mie letture ultimamente vanno molto a rilento, temo infatti che leggerò ancor meno libri rispetto agli anni precedenti, ma c'è qualcosa d'altro che va ancora più a rilento: me che scrivo post sulle mie letture. Forse è il caso che io dia una smistata agli affari letterari.
Non che io mi definisca una critica letteraria, eh. Sono solo una appassionata della parola scritta che in vita sua ha letto circa due centinaia di libri (alcuni riletti innumerevoli volte). Perciò delle letture dello scorso anno mi resta da spendere qualche parola su una manciata di racconti. Che dire, sono stata piuttosto lavativa in questo settore. Però ho sistemato una parte dei miei libri, circa un quarto.



Ora, il primo su cui mi soffermo brevemente è Il cacciatore di ossa, di Stuart MacBride. E dico "brevemente" perché il bigliettino allegato l'ho perso e si tratta di un libro prestato (e quindi restituito al legittimo proprietario), nel luglio 2016. La storia si basa sulle vicende del detective Logan McRae, caduto in disgrazia dopo aver risolto un caso difficile perché in una missione da lui guidata un suo collega viene ferito e in seguito al coma muore. Così Logan viene affidato dal suo capo ad un gruppo di agenti noti per essere gli sfigati falliti del dipartimento, capeggiato dalla lesbica più grezza e dal vocabolario più scurrile che io abbia mai incontrato. Logan si ritroverà quindi a dover risolvere un caso o a rischiare il suo posto di lavoro; il delitto riguarda una prostituta crudelmente picchiata e nessuna pista da seguire. Contemporaneamente, l'ispettore Insh, un gigante ripieno di caramelle, chiede a Logan di dare una mano anche in un altro caso: un piromane che prova piacere nel dare fuoco alle case dopo aver sigillato al suo interno gli abitanti. Un poliziesco "carino, leggero".


Dopo è stato il turno di Jack&Jill, scritto da James Patterson. Questo mi è piaciuto molto! Ci sono tanti eventi, tanti colpi di scena, con un finale che sembra non voler finire mai e non lasciare più tranquilli. La trama: una coppia di assassini uccide personaggi famosi e di rilievo a Washinton, come senatori e altri politici, attori, ricconi di varia specie; in ognuna delle scene del crimine viene trovata una poesia firmata Jack & Jill, che ammette il delitto, che lo giustifica e promette di compierne altri fino ad arrivare al vero obiettivo: il presidente degli Stati Uniti. Per cercare di identificarli collaborano forze di polizia, federali e servizi segreti. Tutto ciò che riescono a capire è che, per il modus operandi, uno dei due deve essere un ex mercenario della CIA sfuggito al controllo. Anche perché "Jack e Jill" sono gli pseudonimi che la sicurezza utilizza per indicare il presidente e sua moglie. Nel frattempo il detective Alex Cross si dedica anche ad un'altra indagine, che vede come vittime dei bambini che frequentano la stessa scuola dei suoi figli, bambini prima circuiti per essere portati in luoghi riparati e poi colpiti senza pietà con mazze da baseball. Libro consigliato, anche per chi non sopporta le descrizioni cruente e troppo dettagliate di un delitto (niente splatter insomma).


Dalla mente di Elizabeth George, ho letto un bel malloppo di oltre settecento pagine in caratteri minuti. Cercando nel buio è un affare losco, che riguarda l'investimento volontario e omicidio di Eugenie Davies, madre di un noto ex bambino prodigio del violino ora ventenne, Gideon, il quale nello stesso periodo soffre di un complicato blocco dell'artista: durante un concerto si blocca e da quel momento in poi non riesce più a suonare, né tantomeno a prendere in mano il suo prezioso violino. Le indagini vanno molto a rilento, ma pian piano gli altarini si scoprono: uno dei pezzi grossi della polizia aveva già conosciuto Eugenie, in quanto aveva partecipato alle indagini sulla morte per annegamento della figlia con la sindrome di down (dove i pregiudizi hanno svolto gran parte nella sua conclusione, indicando come colpevole Katja Wolf, la bambinaia tedesca dal passato mirabolante, scappata dalla Germania dell'est tramite mongolfiera). In questo tomo ci sono molti personaggi ma poche svolte, la storia volge lentamente. Le svolte più succose vengono fuori dalla terapia psicoanalitica di Gideon: la terapista lo convince a scrivere tutto ciò che ricorda della sua infanzia e all'inizio ciò che gli viene in mente è davvero poco. Non ricordava neanche l'esistenza di sua sorella, quindi neanche del processo, di Katja che era appena incinta e delle varie relazioni che c'erano in casa. Nella casa abitavano insieme al nonno con terribili crisi di furore dovute al trauma della prigionia durante la guerra, la nonna che badava agli "episodi" del nonno, una madre che dapprima fa il doppio lavoro (per allevare il piccolo genio di Gideon occorrono soldi) e dopo la morte della figlia svanisce, un padre che per non deludere il suo genitore fa di tutto per far diventare Gideon un pezzo grosso, James l'Inquilino che torna anche nell'indagine per l'omicidio di Eugenie (guarda caso la donna viene investita nella via dove lui abita ed è proprio lui a trovarne i resti), Raphael il maestro di violino e l'istitutrice Sarah Jane, perché le lezioni di violino sono tali da non consentire al bambino di andare a scuola normalmente. Così, in un tenore di vita fatto di fatiche e silenzi, procede l'infanzia di Gideon, dove la terapista lo conduce per trovarvi la causa dei suoi blocchi. Più che un romanzo poliziesco questo mi è sembrato un racconto di vite vissute, ognuno con una trama a sé, con i suoi misteri e segreti, alcuni terribili, altri comuni.


Lo stesso si può dire di Giochi d'ombra di Charlotte Link. Il miliardario ereditiere David invita per Natale quattro dei suoi ex amici nella sua tenuta, non per riallacciare i rapporti bensì per scoprire chi tra loro ha intenzione di ucciderlo e chi è stato a mandargli lettere con minacce di morte. Lui sa benissimo che ognuno di loro, persino la sua fidanzata, ha dei buoni motivi per volerlo morto. Ma David non avrà tempo di scoprirlo, perché dopo la cena viene ucciso da un colpo della sua stessa pistola. La situazione fa tanto "Agatha Christie".
Le indagini quindi portano al racconto di vita di ognuna di quelle cinque persone. La mite Mary vive una vita degradante con un marito violento, alcolizzato e che non l'ha mai amata, l'ha sposata solo perché il padre di lei lo ha pagato; tutto perché David l'aveva lasciata da sola in un pub durante un blitz della polizia, lei si era fatta abbindolare da uno sconosciuto che l'ha messa incinta e poi abbandonata. Per colpa della codardia di David, Steven è passato da figlio di papà a plurigaleotto, Natalie è stata violentata da dei ladri assassini. L'orgogliosa Gina, per una serie di circostanze sempre legate a David, perde l'amore della sua vita. E infine Laura, la sua fidanzata, che David tiene in pugno facendo leva sulla paura di lei di tornare a vivere tra povertà e degrado. Cinque persone dunque potrebbero volere la morte di David, ognuna indica David come colpevole della propria miserevole vita. Solo una persona alla fine gli da la morte, ma nonostante i ladri che erano entrati quella notte per svaligiare l'appartamento, i sospetti delle forze dell'ordine non si limitano ai ladri ma soprattutto agli invitati. Ho fatto un giro on line perché non riuscivo a ricordare un nome e mi sono accorta di aver letto solo belle parole per questo libro; mi sento però di scostarmi dal coro. Questo libro non è per niente un thriller psicologico. Comunque è pur vero che i fattori psicologici sono la parte fondamentale di questo libro: non si tratta di trovare un colpevole di omicidio, quanto di trovare le motivazioni che hanno spinto all'odio unanime verso una sola persona; ogni indagato, ogni racconto, ogni vita sono solo tessere di un puzzle, tutto sembra tendere verso la fine. In poche parole, sin dall'inizio delle indagini la sensazione è che basta leggere per trovare il colpevole, senza intoppi, senza troppe appendici, senza che nulla venga nascosto o intralciato. E così si arriva alla fine, persino piacevolmente. Ho voluto segnare un appunto, tratto dal libro, su cui mi sono fermata spesso a riflettere (Natalie, giornalista strafatta di antidepressivi e valium per tenere a bada le sue fobie):

Ho pensato a un famoso romanzo di Thornton Wilder "Il ponte di San Luis Rey". Un ponte crolla, e cinque persone, che non hanno nulla a che fare l'una con l'altra e che si trovano per caso in quello stesso momento sul ponte, muoiono. Scavando nelle loro vite, si capisce chiaramente perché dovessero morire tutti e cinque quel giorno e in quel preciso istante su quel ponte. Nel romanzo la parola più ricorrente è la colpa, perché nella vita dei cinque, c'è sempre qualcuno che li accusa di qualcosa, che crede che ciascuno di loro sia morto per qualcosa che ha detto o fatto, come se dovessero morire per colpa della loro condotta. Ma la conclusione del libro lascia intendere che la domanda non è di chi è la colpa. Le domande possiamo porle solo al destino, e probabilmente non riceveremmo alcuna risposta. No, anzi, sicuramente. Dobbiamo farcene una ragione. Anche tu Gina.
Gina rimase in silenzio, ma Natalie lesse nei suoi occhi che aveva capito, che lo aveva capito già da tempo ma che, ciononostante, non avrebbe saputo dire perché tutto quel dolore non accennava a sopirsi.


Questo è quanto per il 2016, penso di non avere altre questioni sospese. Parlerò un'altra volta del libro che ho letto a cavallo del cambio di cifra. Au revoir!