venerdì 10 novembre 2017

Sacherogna.

Non lo cosa mi abbia preso, francamente.
Ho iniziato a fare torte da meno di un anno, ogni ricetta che scovo la applico a modo mio. Ovvero, mi scoccia troppo in genere far montare i tuorli e gli albumi a parte, io frullo tutto l'uovo e poi aggiungo burro o olio, zucchero e se ci va anche il latte; dopodiché ci verso la farina a poco a poco e gli eventuali altri ingredienti (tipo la cannella in polvere, vi assicuro che la mia torta alla cannella è strabuona!) e l'unica cosa che setaccio è il lievito, perché altrimenti me lo ritrovo sempre a pezzetti sulla superficie della torta e diciamolo chiaramente: il lievito a pezzettini fa schifo e non si toglie più dalla lingua. Forse dovrei mescolare di più? Non lo so, so solo che ogni volta sento la voce di mia madre come una pulce dentro l'orecchio che mi tartassa dicendo "T'a spirugghiari! U lievito accuminciao!", cioè che mi devo sbrigare perché la funzione lievitante è già attiva e può perdersi. Che sia vero o no, ormai ce l'ho dentro quella voce.

Da circa sei mesi ho smesso di fare torte che nel forno si sollevano nei primi dieci minuti per poi collassare nei prossimi dieci, fino a ritrovare qualcosa di simile ad un sufflè sgonfio.
Le  mie torte in pratica sono sempre dei pan di spagna di vario genere: alla cannella (per me è degno di nota, quindi mi ripeto), alla cannella e zenzero, al limone, al cioccolato, cioccolato e cocco, cioccolato e vaniglia (marmorizzato in pratica), alle mele e all'arancia con annessa crema nel mezzo (sempre all'arancia). Un paio di volte ho tentato la crostata ma questa è mia nemica: una volta era buona ma la frolla sembrava una base biscottata, la volta dopo non so cosa sia successo ma faceva schifo e l'ho buttata.
Con tutte queste premesse non proprio ben auguranti, la sottoscritta divenuta pazza (non ho altre spiegazioni) ha pensato bene di provare una torta diversa, mai fatta e pure più complicata: la Sacher.
Per chi non lo sapesse (cito un film: va be', continuiamo così, facciamoci del male!), la Sachertorte è una delizia austriaca la cui ricetta è segretissima, conosciuta solo da una cerchia ristretta di pasticceri che lavorano esclusivamente all'Hotel Sacher di Vienna. Si tratta di due strati di pan di spagna al cioccolato, leggermente asciutto, intervallati da uno strato di marmellata all'albicocca (o ciliegie), il tutto racchiuso da una copertura di cioccolato fondente.
*Asciugo la bava*

Armata di buona volontà ho cercato le ricette on line, le imitazioni, e decisa quale seguire mi metto all'opera. Ricordate tutte le premesse? Ecco, io stavolta ci ho provato a seguire tutte le fasi, lo giuro. Ho sporcato una decina di contenitori, ho montato prima i tuorli (mi ci è voluto un quarto d'ora con la frusta elettrica), ho fatto lo zucchero a velo (o qualcosa di simile) e poi ho tentato di montare anche gli albumi ma dopo venti minuti buoni ancora non erano pronti, allora mi sono venuti i famosi cinque minuti di follia e mi sono detta: al diavolo, sono stanca, così è una rogna! Faccio a modo mio!
Risultato? Non ho mai assaggiato l'originale ma mi riprometto di farlo un giorno sperando di non dover vendere un rene per ottenerla, ma in fin dei conti la mia Sa-che-rogna non è da buttare.
Guardare per credere. E sappiate che Il Papi mio genitore ne ha mangiato una fetta enorme senza esordire con la solita frase "Ma picchì cummatte?" (non so come tradurla meglio di così: ma perché ti affatichi tanto?").


Siccome sono una farlocca di buon cuore, vi lascio la ricetta della mia Sacherogna, almeno all'incirca perché ho improvvisato dopo il mio colpo di testa, ma fidatevi: il mio è un metodo da principiante, se ce l'ho fatta io può farcela chiunque. Certo non ci vincerete un premio, non sarà buona come da pasticceria, ma "si fa mangiare volentieri".

Ingredienti:
- 3 uova
- 70 g di burro
- 80 g di cioccolato fondente al 60%, anche al 75% va bene, magari mettendo un pochino di zucchero in più
- 120 g di zucchero (la ricetta che avevo preso divideva 90 g di zucchero e 20 g di zucchero a velo, ma per la mia versione va bene anche tutto normale)
- 100 g di farina 00 (quella ricetta ne aveva 65 ma ripeto: è la mia versione da principiante)
- 1 bicchiere di yogurt quasi pieno di latte (spiegazione di cui sopra, ho dovuto aggiungerlo perché altrimenti l'impasto era troppo duro)
- un pizzico di sale
- lievito (anche questo di mia iniziativa)
- marmellata/confettura di albicocche
Per fare la copertura di cioccolato fondente ho utilizzato una bustina di preparato, non voglio dire la marca anche se è famosa, ma in pratica è una busta con dentro il cioccolato solido che si mette in un pentolino con l'acqua che bolle. Su quella che compro io c'è scritto a chiare lettere "glassa al cioccolato" (tipo quella che si versa sul profitterol).

PROCEDIMENTO.
Ricordate che sono una principiante imbranata, per cui faccio sempre le stesse mosse: per prima cosa preparo la teglia rivestendola bene di fidata carta forno, procedimento che in genere mi porta via almeno dieci minuti.
Sbattete le uova, io preferisco usare il cucchiaio di legno ma andrebbero bene anche le fruste elettriche, finché è tutto una robaccia gialla e spumosa. Sbattete e mescolate il resto sempre nello stesso verso.
Aggiungete il latte (a temperatura ambiente o non troppo freddo, per la mia esperienza non sarebbe un bene) ed il burro ammorbidito (mi raccomando, non fate come me una volta che ho riscaldato troppo il burro, poi con le uova si formano delle palline mollicce davvero poco invitanti e a quel punto è irrimediabilmente rovinato), anche qui fino a quando il composto ha delle belle bollicine.
Aggiungete il cioccolato fuso, che non deve essere né bollente né troppo freddo, altrimenti si indurisce tutto. Immagino che andrebbe bene anche il cacao amaro in polvere (di solito uso questo).
A poco a poco mettete lo zucchero (metto un poco e mescolo, poi ripeto, circa 4 volte).
A questo punto di solito accendo il forno a 170 °C, così quando finisco con l'impasto il forno è caldo.
A poco a poco, come con lo zucchero di prima, aggiungete la farina e poi il pizzico di sale.
Setacciate il lievito in polvere per evitare che faccia grumi e mescolate, sempre nello stesso verso, fino a quando è omogeneo.
Versate il composto sulla teglia già incartata, io non ci metto niente sul fondo e non ho mai bruciato una torta.
Infornate per circa 30 minuti, controllate inserendo lo stuzzicadenti: se esce asciutto allora è pronta.

Ho l'abitudine di lasciare il forno aperto con la torta dentro per qualche minuto, così che non prenda una botta di freddo, non so se faccio bene o male quindi non vi suggerisco come raffreddarla.
Quando si è raffreddata, tagliatela a metà e spalmate un bello strato di marmellata, ricomponete e spalmate con poca marmellata la superficie e i lati. Ho messo circa 200 g di marmellata, ma tutta ad occhio, quindi potrebbe variare per altezza della torta o larghezza della teglia.
Ricoprite la superficie e i lati della torta con la glassa al cioccolato fondente, fate riposare magari mezz'ora e poi bon appetit!


Se volete provare a farla, che sia Sacher oppure Sacherogna, poi fatemi sapere nei commenti, ci confrontiamo e fondiamo una società di golosi! :D

venerdì 27 ottobre 2017

Degenerare o fare progressi?

Qualche giorno fa, come due piccioncini innamorati (così qualcuno ci ha soprannominati una volta) passeggiavamo per le vie del centro e all'improvviso una vetrina sbrilluccicosa ha attratto la nostra attenzione.
Eravamo fermi in silenzio quando il Quasi-Ingegnere ha fatto una domanda particolare.

QI - Amò, ce n'è uno che ti piace?
Maya - Vuoi chiedermi di sposarci e pagarmi pure il vestito? Adesso? MA SEI IMPAZZITO?
QI - Ma no, che c'entra. Volevo solo sapere se abbiamo gli stessi gusti anche per gli abiti eleganti.
M *sguardo ambiguo e spregiudicato, da attrice consumata* Abbiamo già appurato a quella cerimonia che so scegliere bene un abito. *ammicco*
Lui è scoppiato a ridere di gusto, poi anch'io (la sua risata a volte è troppo contagiosa).
QI - Su, amore. A me per esempio piace quello.
Ho seguito con gli occhi il suo dito puntato e la risata che ancora mi aleggiava sul volto si è spenta. Non potevo crederci, così ho chiesto
M - Ma quale?
QI - Quello più a destra, dietro.
Sono rimasta agghiacciata. Non avevo frainteso, indicava proprio il più voluminoso ammasso di tulle e altra diavoleria ingombrante.
M - Dici davvero? Mi stai prendendo in giro?
Mi guarda con tanto d'occhi e scuote la testa.
QI - Dico davvero, ti ci vedo bene. A te non piace?
M - Faccio e farei tante cose per te, ma somigliare ad una bomboniera proprio no. Non ti credevo il tipo da sposare una travestita da principessa.
QI - Voglio che indossi un abito bellissimo perché tu sei bellissima per me. E quel giorno lo devono vedere tutti.
M - Sì ma così mi vedrebbero pure dallo spazio!
QI- Esagerata come sempre... al massimo ti si vede dal satellite di Google!
M - Sì vabbè, ma io sono un tappo e con quello sembrerei un'arancina coi piedi.
QI - E che problema ci sarebbe? Tu adori le arancine.
M * mi atteggio a monarca indispettito* Uomo, SMETTILA DI PROVOCARMI.
Si è messo a ridacchiare, poi mi ha domandato quale abito mi piacesse, se me ne piaceva uno. Gli ho detto che effettivamente uno mi piaceva e gliel'ho indicato.
Mi ha fatto una faccia schifata che avrebbe gareggiato (e vinto) contro la mia espressione precedente.
QI - Quello lìììì?
M - Eh, sì. Mi piace quello stile. Semplice, elegante e morbido. Ha qualche sbrilluccichio sopra e pochi strati di organza che scendono in modo naturale. A te non piace?
QI - No amore, è troppo semplice, guarda! La gonna è... è... è... è dritta, ecco. Non ha per niente volume, sembra un abito da sera, non un abito da sposa! Non è abbastanza speciale per te.
M - Che adorabile leccaculo *la voce però mi esce dolcissima, caramellata direi, poi cambio atteggiamento* A me invece piace molto, sembra un abito da dea greca!
Mi fissa di sbieco, muto.
M - Che c'è?
QI - Niente. Mi chiedevo solo se, in quanto dea greca, puoi ammaliarmi o fulminarmi.
M - Altrimenti come ti spieghi che sono riuscita ad accalappiarti senza fare niente?
Per tutta risposta mi ha baciata e ha detto che al nostro matrimonio metterò quello che vorrò, tanto dovrò indossarlo io.
Secondo me ha temuto che gli proponessi di mettersi lui l'abito voluminoso da principessa e io lo smoking.
In effetti l'idea continua a sollazzarmi.

(nb: il vestito era tipo questo, in ogni caso niente e nessuno potrà convincermi a indossare un bianco abito da principessa, GIAMMAI! Tra l'altro penso di volerlo color carta da zucchero ma non l'ho detto alla mia dolceamara metà che era già abbastanza sconvolto).
Una volta ripresa la camminata, dopo un po' ha affermato che sarebbe bello se ci sposassimo il giorno del nostro anniversario (data scelta perché quel giorno pranzammo con un'amica che ad un certo punto ci chiese se stavamo insieme, noi ci guardammo inebetiti e ce lo chiedemmo a vicenda; sebbene fosse chiaro da almeno un mese non ne avevamo mai discusso prima).
M - Cosa? A dicembre, con quel ghiaccio che c'è nell'aria?
QI - No no, dicevo il giorno, non esattamente nella data. Che ne dici di giugno o settembre? Fa caldo ma non troppo. Lo sanno pure le pietre che odi il freddo. E così, scegliendo lo stesso giorno, potremmo continuare a dire che stiamo insieme da tot anni e tot mesi, dovremmo ricordare un solo giorno.
M - Mi piace come ragioni! Ora sì che ci intendiamo alla grande.
Abbiamo ripreso a camminare, un po' sovrappensiero ho proposto per le nozze una determinata sala, dove lavora un mio parente stretto e si mangia benissimo. Ha risposto subito sì, ci si è sposato suo fratello e ricorda ancora di aver mangiato da papa.
M - E per la torta?
QI - La torta al limone del bar dove andiamo sempre! Secondo te la faranno per un matrimonio?
M - Non lo so, ma... 
QI - Ma?

 *sguardo da folle megalomane, così*

M -Per noi la faranno.
Li convinceremo.










Si è messo a ridere forte, affermando che sono sempre melodrammatica.
Ho risposto che in una vita passata dovevo essere un'attrice comica.
E lui ha concordato.

lunedì 9 ottobre 2017

Marsala e la storia romana di domenica mattina.

In Italia abbiamo questa meravigliosa cosa che la prima domenica del mese le entrate nei musei e altre opere statali sono GRATUITE, il che per quelli poveri come me è un'offerta che non si può rifiutare.
La prima domenica di luglio eravamo a Roma e abbiamo risparmiato parecchio, la prima domenica di ottobre invece eravamo a Marsala (TP). Più precisamente al Baglio Anselmi, meglio noto per ospitare i resti di una nave punica e per gestire il museo a cielo aperto che comprende una strada di epoca romana, una villa (con tanto di abuso edilizio: pare infatti che in qualche modo i proprietari della villa si siano impossessati di una parte di strada pubblica; si vede che certe cose le abbiamo sempre avute nel sangue!) e le basi di case e strade di un piccolo quartiere.
Ovviamente foto a go go, una sola guida per tutta la struttura (e che manco a dirlo, era a metà del suo ultimo giro quando siamo arrivati) e un bel sole nonostante fosse una settimana che ci tormentavano preannunciando temporali, tuoni e lampi. E invece nisba mal tempo, si va a fare i turisti!
Vedete, le fidanzate di solito vogliono essere scarrozzate in giro per negozi e centri commerciali, ma siccome a me da troppa ansia fare shopping allora mi faccio portare in giro per ruderi e anticherie.
A ognuno il suo.


Dicevo, il primo ottobre siamo andati in un museo di Marsala (famoso anche il Museo degli Arazzi, ma non lo abbiamo ancora visitato) che si trova proprio sul lungomare ma purtroppo non ho foto perché ero troppo distratta dal sole inaspettato per ricordare di fotografare la facciata. La prima foto è di una specie di atrio che collega il museo "interno" con quello all'esterno del quale narravo poc'anzi. E lì abbiamo incontrato un'adorabile micio che stava stravaccato a giocare con l'erba, poi si è venuto a distendere vicino a noi e faceva le fusa e la pasta prima ancora che mi mettessi ad accarezzarlo. Poi non so perché, all'improvviso l'ingrato si è messo a soffiarmi contro.


All'interno ovviamente non ci sono solo i resti della nave punica, per esempio hanno asportato dalla villa romana un mosaico che tengono al sicuro in una teca, esattamente come molto altro che vedremo dopo.




A sinistra, ciò che è rimasto dei componenti in ferro di una bilancia, compresa la statuetta della dea Minerva come simbolo di giustizia.
A destra, una iscrizione con il riflesso dei miei stivali sulla teca.






Tra le tante teche, le foto che riporto contengono vasi dipinti sia di ceramica che di terracotta, lumi e lumini.




Ci sono inoltre un gran numero di anfore, di diversa forma a seconda della popolazione di origine (greca, romana, maltese, macedone, punica e altri che per ora non ricordo). Si trovano in diversi punti di due grandi sale, alcune sono disposte in file come soldatini, altre in una specie di soppalco a gradini che li fa somigliare ai cantanti di un coro.



Le anfore si trovano nelle sale che contengono i celebri resti della nave punica, un televisore che manda in loop un documentario sulle navi puniche e le varie strategie di attacco e di difesa, le teche con altri resti come chiodi, pezzi di ancore e altro.



Ho trovato molto interessanti anche i segni che esseri viventi marini hanno lasciato su molte anfore ma anche le teche dedicate agli usi domestici quotidiani di vari recipienti di terracotta e persino di ricette (provate a ingrandire le foto se non si legge).


 
Infine, nel museo sono anche presenti riproduzioni di sculture e sculture originali, come una Venere che non sono riuscita a fotografare (è vietato l'uso dei flash in tutta la struttura naturalmente, purtroppo in molti punti la posizione dell'illuminazione non favorisce la fotocamera). Il busto di un soldato romano sono riuscita a fotografarlo perché esposto alla luce da una finestra sull'atrio che vi ho mostrato all'inizio.

Ci sono molte altre cose da vedere, ovviamente non potevo mostrare proprio ogni cosa.
Della villa per esempio non ho fotografato nulla, mi sono spazientita perché la qualità era davvero penosa, non all'altezza di quello che vedevo.
Grazie al Quasi-Ingegnere mia dolce metà posso però mostrarvi qualcos'altro.
La prima è la strada romana principale, la seconda è ciò che si può guardare dal medesimo punto ma verso la città; so che non si vede bene ma seguitemi con l'immaginazione: stando al centro della strada si può vedere dritto non solo fino a Porta Nuova (l'arco che si vede) ma anche la strada principale chiamata poi Cassaro (sarebbe via XI Maggio, dove si passeggia tra negozi, edifici antichi, bar, ristoranti, pub ed enoteche, se vi capita assaggiate il vino liquoroso Marsala Rubino: è eccezionale) e fino all'altro arco, che è Porta Mazara. Le quattro porte fanno parte di quella che era la cinta muraria medievale, ma da quella strada principale romana si riesce ancora a vedere tutto il Cassaro da una porta all'altra. Ah, la magia della storica architettura urbana!



Tanto per la cronaca, ne sono uscita abbastanza soddisfatta, nonostante le cinque ore di sonno che hanno preceduto questa visita. Chissà dove ci trascineremo il prossimo mese!

martedì 19 settembre 2017

Alla ricerca della pace dei sensi.

Oggi non voglio ammorbare nessuno riguardo le mie difficoltà a scrivere perché dopo nove anni e mezzo di onorata carriera il mio pc mi ha abbandonata e ora non mi trovo a mio agio dietro questa nuova tastiera. Non voglio neanche opprimere con l'ansia che mi coglie già alla sola idea di mettermi seduta e buttare giù i pensieri. Preferisco ricorrere al mio solito metodo dell'ignorare. Ignorare la noia, ignorare il senso di inadeguatezza perché mando curriculum che non vengono presi in considerazione (neanche per scomodarmi a fare un inutile colloquio), ignorare la mia incapacità di mettermi a studiare (avrò forse studiato troppo nella mia giovine vita?), ignorare l'eterna sensazione di essere una disadattata che finge bene di stare nella civiltà odierna. Ignorare e buttarsi in qualcosa che non richieda l'uso di neuroni ma soltanto di una mente aperta, quindi chiudere gli occhi, pensare a un luogo e recarvisi.
Purtroppo e per fortuna il mio Quasi-Ingegnere sta preparando l'ultimo esame e la tesi, indi per cui non ha tempo da perdere e quando ci vediamo è pure un poco assente. Troppi impegni, troppe responsabilità; capisco pur avendo lasciato l'università agli albori senza speranza di tornarci (stavo sempre male). Ci sono ragazze gelose di altre ragazze, poi ci sono io che sono gelosa di un pc.
Ogni tanto però sacrifica un po' di studio e di sonno per assecondare la mia nuvoletta nera, dato che adesso sono pure senza macchina.
Non serve gran ché per tirarmi fuori dal pantano: ha funzionato bene una sera una grigliata in riva al mare con gli amici sia un altro giorno un dolce far niente su di un molo sospeso in due palmi d'acqua salmastra trasparente.



Al primo segno di freddo sono corsa ai ripari ma a quanto pare non abbastanza velocemente, visto che ho già inaugurato la stagione del naso colante. Eppure sulle coste sicule sono appena arrivati i 27 gradi, mica così poco. Già mi mancano quei 42 gradi all'ombra... okay, magari non così tanto, ma almeno i 35 potevano durare un altro poco. C'erano ancora molti posti dove avrei voluto nuotare in stile cagnolino questa estate.
Pazienza.


PS: post scritto la settimana scorsa ma a quanto pare ho confuso il tasto "Pubblica" con "Salva", perciò credevo di averla già pubblicata... me tapina! E nel frattempo le temperature sono calate ancora un altro po' e ho dovuto fare ciao ciao alla mia roba per il mare.

giovedì 31 agosto 2017

Racconto di due città.

La volta scorsa dicevo che avrei pubblicato un post su un libro con toni molto differenti dal precedente. Confermo le mie intenzioni: questo è una specie di post sull'amore cartaceo.
Racconto di due città, pubblicato anche semplicemente come Le due città, è un romanzo storico scritto da Charles Dickens e sono sicura che se avessi vissuto a Londra nel suo periodo, sarei stata una sua groupie e avrei fatto di tutto pur di lavorare con lui. Lavorando meno di fantasia, potrei anche dire che mi sarei appassionata di più alla letteratura scolastica se avessimo studiato Dickens anziché Manzoni, che a detta di un mio prof dell'epoca "Manzoni era un gran trombone", nel senso che era un ampolloso logorroico col panzone.
Sto divagando, mi concentro.
Dickens, dunque. Oh che dire, sono innamorata di questo scrittore! Così come mi sono innamorata di Sydney Carton, il vero protagonista del romanzo pur apparendo meno di altri, l'avvocato londinese che ha perduto l'anima, non si sa come e quando, tra abusi d'alcool e interessi terreni triviali ed effimeri. Non gli importa di cambiare, di provare ad essere un uomo migliore (non saprebbe neanche come fare), pensa di non meritare di essere una brava persona, rimane convinto che nulla possa salvare la sua anima ormai corrotta dai troppi vizi. Neanche quando conosce e si innamora della bella Lucie Manette crede di meritare qualcosa di buono, si crede ormai finito, perduto. Lo dice anche a lei in uno straziante pezzo:

[...] Se avrete la pazienza di ascoltarmi un altro po', tutto quello che voi potete fare per me sarà fatto. Io desidero che sappiate che voi siete stata l'ultimo sogno dell'anima mia. Nel mio precipizio non sono andato tanto in giù che la vista di voi con vostro padre e di questa casa, resa da voi qual è, non abbia ridestato in me delle vecchie immagini che credevo svanite. Dal giorno che vi ho conosciuta, io sono stato turbato da un rimorso che non credevo mi avrebbe più assalito, e ho udito dei bisbigli di vecchie voci, che credevo non avessero più fiato, incoraggiarmi a salire. Ho sentito risorgere in me qualche idea di darmi da fare di nuovo, di cominciare da capo, di riscuotermi dalla pigrizia e dalla sensualità, e di combattere di nuovo la battaglia abbandonata. Un sogno, tutto un sogno, che si dissolve in nulla, e lascia il dormiente dove giaceva addormentato; ma desidero che voi sappiate che è stato ispirato da voi.-
-Non ne rimarrà nulla? O signor Carton, pensate un po'. Provate ancora.-
-No, signorina Manette; per tutto questo tempo, mi son persuaso d'essere immeritevole. E pure ho avuto la debolezza, e ho ancora la debolezza di desiderare che sappiate che col vostro dominio mi avete improvvisamente, mucchio di cenere qual sono, trasformato in fuoco... un fuoco, però, nella sua natura inseparabile da me, un fuoco che non ravviva nulla, non illumina nulla, non serve a nessuno e pigramente si consuma. [...]
Il massimo bene che potete farmi ora, signorina Manette, sono venuto a raccoglierlo qui. Che io, per tutto il resto della mia sciagurata vita, porti il ricordo di aver aperto il mio cuore a voi, l'ultima persona al mondo alla quale l'avrei aperto; [...]
che la mia ultima confessione l'ho fatta a voi, e che il mio nome, le mie colpe e le mie infelicità furono pietosamente serbate nel vostro cuore. E che il vostro, d'altra parte, possa essere sgombro di preoccupazioni e felice!-
Egli era così dissimile da quel che s'era sempre mostrato, ed era così triste pensare a quanto aveva dilapidato e a quanto ogni giorno lasciava inerte o guastava, che Lucie Manette piangeva dolorosamente per lui che se n'andava.

C'è disperazione in queste pagine, e dolore, romanticismo, l'essere vittime e carnefici di se stessi. Nonostante il suo forte amore per lei, Sydney non osa aver dubbi sulla sorte della propria anima, è perduta e neanche l'amore può salvarlo; anzi, è convinto che la propria presenza nel cuore di Lucie possa influenzare il buon cuore di lei e corromperla, portarla in basso nel fango insieme a lui. Perciò Sydney la lascia andare, assiste senza far nulla alle nozze di lei con Charles Darnay, un parigino emigrato a Londra come lei, un uomo dall'aspetto così simile a lui da farlo scagionare da un processo, ma così diverso per la qualità del suo carattere e del suo onore. Penso ci sia una grande, dolorosa lezione in questo atto di altruistico sacrificio: anteporre il bene altrui al proprio, dare il proprio meglio alla persona amata prima di pretendere questo dall'altro. E penso che se entrambe le persone di una relazione avessero queste intenzioni, si avrebbe uno status più saldo ed equilibrato.
Questa è la parte più sentimentale del libro, ma c'è molto di più. Lo si evince già dalle prime righe.


Si tratta dunque principalmente dell'analisi del periodo storico (presa della Bastiglia, anni del terrore), di cose che generalmente non vengono descritte con precisione nei libri di storia scolastici. Ci fanno sempre le lezioncine su come aristocratici, regnanti e clero francesi fossero cattivi e persecutori con il popolo, ridotto sempre più alla fame, alla malattia e alla miseria, e di come ad un certo punto giustamente il popolo s'è fracassato i gabbasisi di stare lì fermo a subire e a morire come se la loro vita poiché umile non valesse un cazzo, perciò si sono ribellati fino a uccidere re, regina, principini e una vagonata assurda di aristocratici e così hanno ottenuto uguaglianza, fratellanza e libertà. Ma c'è di più.
Non ci fanno imparare le pagine di orrore quotidiano, di mattanza di esseri umani, di come il popolo si sia trasformato da oppresso a oppressore, da giudicato a giudicante, come il sogno di uno stato giusto si sia infranto già ai suoi albori. Non ci vuole molto a capire che sono cambiate soltanto le figure ma che il senso è lo stesso: il potere a pochi, la giustizia manipolabile e violenta. Bastava infatti la parola di un cittadino qualunque e il sospetto che una persona fosse della nobiltà o un sostenitore dell'aristocrazia per mandarla alla ghigliottina. Non ci si poteva fidare di nessuno e nessuno poteva ritenersi immune. Da un momento all'altro chiunque, che fosse una sarta, un panettiere o un soldato, poteva essere trascinato via dai berretti rossi dei "patrioti", messo davanti ad una giuria di finti pari amanti del sangue e poi trascinato al patibolo così, senza possibilità di difendersi e di essere creduto.
Anche allora come oggi, è la paura di un pericolo incombente che ci fa agire. Sono il sospetto e la paura che ci muovono. Il problema è che la storia viene scritta dai vincitori, e pur di avere un bel finale si omettono dei dettagli. Ebbene, Dickens non omette nulla di questi orrori nei suoi esempi di vita vissuta, nella descrizione di vicoli bui e fetidi, di case diroccate, di povera gente morta di fame e di stenti, del circolo di comari che prendevano nota dei misfatti causati dai potenti cucendoli nei loro lavori a maglia, di colpevoli e innocenti ugualmente ammassati e massacrati come un gregge diretto al macello. Nel suo modo crudo ma non eccessivamente cruento di narrare, Dickens è riuscito a farmi respirare prima l'aria della miseria di Parigi, poi il brivido della rivoluzione incombente; ma anche il sollievo di essere arrivati incolumi a Londra, la paura nel tornare in Francia nel dopo guerra, la speranza più volte tradita di riuscire a salvare la pelle.
All'inizio c'è la paura e le vertigini della giovane Lucie, che scopre che il padre non è deceduto come le aveva raccontato la madre, ma che era stato portato via dai soldati senza dargli possibilità di parlare alla famiglia, senza neanche dirgli mai in tanti anni di prigionia i motivi che lo avevano fatto portare alla Bastiglia in isolamento e senza aver ricevuto una visita, o un po' di aria.
Una volta ritrovato il padre, un altro dolore: gli anni di isolamento avevano fatto impazzire il padre, che da giovane e brillante medico si era trasformato in un vecchio calzolaio senza cervello. Ma grazie alle cure di Lucie, che porta il padre al sicuro a Londra e continua a curarlo con amore e dedizione, il padre ritrova se stesso, oltre alla figlia che non sapeva di avere.
In questa atmosfera i Manette conoscono Darnay e Carton e le loro vite si intrecciano, nel bene e nel male.

Mi fermo, non vorrei rivelare troppo, già sto scrivendo troppo. Ma è davvero un bel libro, anche meglio di Grandi speranze che pure ho adorato.

Au revoir!

lunedì 7 agosto 2017

La verità sul caso Harry Quebert.

La verità su questo libro di Joel Dicker è che la trama ha buoni elementi, ci sono delle belle idee, la maggior parte dei capitoli finisce con una imbeccata che letteralmente ti costringe a leggere il capitolo seguente. Praticamente nel finale di un capitolo lancia un sasso, una piccola scoperta, poi l'autore nasconde la mano in una pagina bianca. Il capitolo successivo si apre con una citazione tratta dal passato dei due protagonisti, segue altro vuoto bianco e sfogliando ancora riprende la direzione del sasso lanciato, con calma.
Eppure, nonostante tutti questi aspetti positivi, il libro non mi ha catturata come supponevo.
Ogni volta che entravo in libreria il mio sguardo veniva calamitato verso La verità sul caso Harry Quebert, tanto che alla fine, tra mille prendi e lascia, il mio ragazzo me l'ha comprato.

Mi affascinava l'idea che uno scrittore emergente in pieno blocco creativo, Marcus Goldman, si prestasse a fare il detective per trovare le prove dell'innocenza del suo mentore e amico Harry Quebert, anch'egli scrittore, di lunga fama. Harry è stato accusato dell'omicidio di Nola Kellergan, una ragazza di quindici anni scomparsa trentatré anni prima, dopo essere stata avvistata al limitare di un bosco inseguita da un uomo, ritrovata poi seppellita nel giardino della sua villetta. Marcus, convinto della sua innocenza e della purezza dei sentimenti che tre decenni prima aveva legato Harry e Nola, cercherà di venire a capo di questo mistero. Infatti la polizia non aveva sospettati, si aveva solo l'avvistamento di una macchina sospetta che gli agenti non erano riusciti a fermare. Marcus parlerà con tutti quelli che conoscevano la ragazza, a detta di tutti simpatica, gentile, educata, bella e quant'altro di buono. Ma più si va avanti e più la vita di Nola risulta torbida.
Nelle sue ricerche, che lo portano a scrivere un libro per un fantastico guadagno, ci sono delle falle: piste non seguite, che ogni spettatore di CSI o Criminal Minds avrebbe pensato necessari per la riuscita di un vero caso giuridico. Ma l'autore forse doveva aggiungere qualche altro colpo di scena al suo libro, oppure senza questo fraintendimento sarebbero mancate un centinaio di pagine, rendendo il libro "troppo leggero"; almeno sotto il punto di vista strettamente fisico.
La scrittura è semplice e scorrevole, la ricerca della verità va avanti a piccoli passi, però non è riuscito a coinvolgermi. Manca una certa vivacità nel filo del discorso, non saprei spiegarmi meglio. Ogni due pagine mi ritrovavo a pensare "Oh ma perché siamo ancora qua?!". Non certo una frase promettente.


Alla fine dei giochi, credo che il successo di questo libro sia riconducibile allo stesso motivo per cui il libro di Marcus ha avuto successo, e la parola chiave è: MARKETING.
Marketing, signori, l'arte del saper vendere.
Dalle sue stesse parole si può leggere:
(l'editore di Marcus:) "Tu, piuttosto, sei un tenero cacciatore di farfalle, un sognatore che saltella sul prato in cerca di ispirazione. Ma se mi scrivessi un capolavoro sul Sudan, io non lo pubblicherei. Perché la gente se ne fotte! Se ne fotte allegramente! E quindi sì, puoi considerarmi una carogna, ma io non faccio altro che rispondere alla domanda del mercato. Del Sudan non gliene fotte niente a nessuno, c'è poco da fare. Oggi si parla di Harry Quebert e di Nola Kellergan dappertutto, e bisogna approfittarne: tra due mesi si parlerà del nuovo presidente, e il tuo libro avrà smesso di esistere. Ma ne avremo vendute tante di quelle copie, caro Goldman, che a quel punto te la starai spassando alla grande nella tua nuova casa alle Bahamas."
In effetti, Barnaski era un vero campione dell'occupazione dello spazio mediatico. Tutti parlavano già del libro, e più se ne parlava, più lui ne faceva parlare moltiplicando le campagne pubblicitarie. (...)
"Marcus, sai quanto costa un singolo cartellone pubblicitario nella metropolitana di New York? Un patrimonio, ecco quanto costa. Si sborsa un'enorme quantità di denaro per un cartellone con una durata limitata e un altrettanto limitato numero di persone che lo vedranno: occorre che quelle persone siano a New York e prendano la metropolitana in quella stazione e in un preciso lasso di tempo. E invece ormai basta suscitare l'interesse in un modo o nell'altro, creare il buzz, come si dice in gergo, far parlare di sé e contare sulle persone affinché parlino di te sui social media, e così hai accesso a uno spazio pubblicitario gratuito e illimitato. Da un capo all'altro del mondo, migliaia di persone, senza neanche rendersene conto, provvedono a farti pubblicità su scala planetaria. Non è pazzesco? In pratica, gli utenti di Facebook sono degli uomini-sandwich che lavorano gratis. Sarebbe da idioti non approfittarne."
"Come hai fatto tu, no?"
"Offrendoti un milione di dollari? Esatto. Sborsa un ingaggio da NBA o da NHL a un tizio perché scriva un libro, e puoi star sicuro che tutti parleranno di lui."

Quindi basta saper esasperare un dettaglio, sbandierarlo ai quattro venti, poi aspettare che il seme si depositi e che germogli da solo sul terreno dei social media. Il punto ormai non è più scrivere qualcosa di memorabile, significativo, che resista al tempo mantenendo la sua vitalità. No, quello che conta è vendere e se vuoi vendere qualcosa deve essere qualcosa che la massa vuole. E la massa di questi tempi si concentra sui social media.
Un po' disillusa dopo queste (ed altre) amare riflessioni, ho deciso di leggere qualcosa che avesse almeno cent'anni. L'ho fatto, ma ne parlerò un'altra volta e con tutt'altri sentimenti: di quel libro me ne sono innamorata.

mercoledì 19 luglio 2017

Forestiera.

Non ci sono scuse per le mie assenze, semplicemente al blocco della blogger si è aggiunto un viaggio di tre giorni a Roma, in veste di accompagnatrice e portafortuna (come accade da circa un anno e mezzo) per i due esami universitari che il mio Mezzo-Ingegnere doveva svolgere, stavolta, proprio a Roma.

Devo ammettere che tutte le chiacchiere che sentivo su questa città così turistica e sdoganata mi sembravano eccessive: eh vabbè i millemila posti storici e i centurioni con cui farsi le foto, chiese e chiesette ogni cento metri, musei, mausolei, reperti storici però insomma, se la tira un po' troppo, pensavo. La città eterna invece è davvero immensa, artistica e quant'altro si dice di solito, non mi dilungo oltre (mica sono un dépliant!), la fama è piuttosto veritiera. Sono stata così bombardata di arte e storia, di impressioni e sensazioni, di riflessioni e pensieri che al mio ritorno mi sono sentita sopraffatta e satura per settimane. Penso che mi piacerebbe vivere lì, anche se temo che ogni notte sarei così colma di percezioni... Assuefarsi a tutto ciò non porterebbe niente di buono ma si può vivere nella costante meraviglia di ciò che ci circonda?
I romani a quanto pare possono, in un modo o nell'altro, e guadagnarci pure dei polpacci da paura. Oh, non ho visto una sola persona, che fosse giovane o anziana, casual o elegante, sottopeso o normopeso o sovrappeso, che non avesse dei polpacci invidiabili.



Non è possibile immaginare quanti ingressi ho intravisto come quello qui sopra, neanche in una sola via avrei potuto immaginarne tanti e anche più riccamente adornati. Un pochino megalomani sti romani... ma mi piacciono così.

 
Tre giorni di dure camminate per vedere quasi tutti i must, avvalorati anche dal fatto che essendo la prima domenica del mese molti musei statali e altre grandi opere erano a ingresso gratuito, mentre per le mostre private (come ci è stato detto all'Ara Pacis) l'ingresso era gratuito solo per i residenti a Roma. Abbiamo girato completamente gratis tutto Castel Sant'Angelo, dal mausoleo di Adriano fino alle stanze papali (per la bellezza di 5 ore).
Un'altra meta che ci è costata parecchie ore (sette!) e un bel gruzzolo di danari (16-18€ se non ricordo male) ma molta soddisfazione e allegria è stato il Bio parco, all'interno di Villa Borghese. Calma, non metterò ogni foto che ho fatto per ogni animale: mi è troppo scappata la mano sulla fotocamera del telefono.
Di una cosa voglio rendere partecipi, cioè che finalmente ho realizzato uno dei miei sogni: vedere i FENNEC, peccato solo che era primo pomeriggio e le soffici bestioline stavano dormendo (come i lemuri, che mannaggia vedere i lemuri era un altro mio sogno). Ora però posso sognare più in grande: tipo POSSEDERE UN BIOPARCO DI FENNEC.

 Tutte queste diverse rane sono piccine, nel mio palmo avrei potuto tenerne comodamente due o anche tre.
 
Abbiamo visitato bene o male anche Colosseo, mercati di Traiano, Fori Imperiali, Altare della Patria, Pantheon, Piazza della Minerva, Piazza di Spagna, Piazza Navona, Fontana di Trevi, Bocca della verità (è piccola, me l'aspettavo più imponente... del resto tutto a Roma mi è sembrato IMPONENTE), Campo de' Fiori con il suo mercato, Piazza Barberini, Piazza del popolo, Ara Pacis, Circo Massimo, una Feltrinelli e altri posti dei quali non so o non ricordo il nome. Di queste risparmio le foto, tanto su internet se ne trovano anche di meglio.
Ah, ho pure visto la facciata del palazzo dove ha vissuto Stendhal, direi logico avvistamento dopo aver visitato la sua tomba a Montmartre.



Tutto in tre giorni di scarpinate che mi sono costate anche un paio di scarpe che ho dovuto sostituire nelle prime ore del girovagare al secondo giorno; e non sapete che emozione aver comprato con gli sconti un paio di scarpe sportive a 11€ da Piazza Italia e poi girare per le vie con i negozi delle più grandi firme internazionali, dove una coppia di cantanti lirici hanno accalappiato la nostra attenzione per almeno mezz'ora.
E l'albergo pure! Mai avrei pensato di trovare con pochi soldi un posticino così elegante ma non pretenzioso, tranquillo ma centrale, con una vista spettacolare dalla sala colazione con il terrazzo all'aperto. Io che non faccio mai colazione, sono stata grata e serena nel bere il mio the giornaliero proprio di mattina, lì fuori. Un poco meno grata del gabbiano che mi fissava mentre mangiavo, che aspettava il nostro ritiro per avventarsi sugli eventuali resti. Comunque non mi lamento: ho visto e/o sentito gabbiani praticamente ovunque andassimo.




Risultato del viaggio? Millemila ricordi, due centinaia di foto, mal di piedi e tendinite, scarpe nuove e due esami in più in saccoccia.
Ci ritornerei senza pensarci.

Grazie amore di un Quasi-Ingegnere.